RAFFAELLO SIMEONI

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Mater Sabina secondo l'autore

 






MATER SABINA
Raccontato dall'autore in una lunga chiacchierata......

Mater Sabina è il mio secondo disco da solista dopo Controentu del 2004. è sicuramente il disco a cui ho lavorato di più di tutta la mia carriera sia con i Novalia che con altri progetti
intermedi come A Sud del Mondo e Tao Project. Ho elaborato quasi due anni la stesura dei dodici brani contenuti, e per la prima volta in uno studio tutto mio, potendo interagire
con  la creatività in  qualsiasi momento e con la massima libertà, cosa fondamentale per la mia musica che ha bisogno continuo di stimoli e di riflessioni.
Volevo un disco dove fossero rappresentate tutte le mie passioni , tutte le culture e predominante su tutto la mia provenienza territoriale, è dal 90 che canto nel mio dialetto" il reatino"
e che gioco con questa lingua dura e spigolosa come le mie montagne, a tratti dolce verde  e setata come i bacini pieni d'acqua delle valli con in-flessioni del sud mescolate al latino, ma solo in "Mater Sabina" ho rac-contato e inventato
storie tutte provenienti dalla mia terra,  antiche e moderne , attaccate alla mia pelle, a quella dei miei nonni, alla mia gente rimasta  isolata e spesso dimenticata.
Poi dentro c'è tutto il mio vissuto, le mie scelte di vita, le convizioni, l'a-dolescenza, le radio libere di fine anni settanta dove sono cresciuto è ho consumato vinili di tutta la musica del mondo, innamorandomi di esso, il lavoro
negli ospedali psichiatrici dove ho raccolto racconti, imparato ad acco-gliere, a restituire, a condividere tutto con gli altri. Questo è stato il mio campo urbano, questo è Mater Sabina.



Musicalmente ho sempre guardato altre culture, tutto il Mediterraneo, l'Africa, l'India ho cantato il Sabir e altri strani dialetti, ma questa volta in  mondi più lontani come la Cina, il Giappone,  persone e strumenti
di quelle terre, e ancora il Nord Europa così poco conosciuto da noi mediterranei, la Bretagna così ricca di suoni e poi l'Asturias, la Galizia, i Paesi Baschi e tanto altro ancora.
Gli strumenti come la nikelarpa e la cornamusa svedese che giocano con organetti nostrani e zampogne amatriciane senza nessuna barriera come dovrebbe essere per qualsiasi fonte culturale, i flauti Zen che usavano
i Samurai gli  "Shakuhachi" che danzano con arpe irlandesi e chitarre battenti raccontando attraverso la mia voce storie dalla Madre Sabina.

Ci sono storie in canzoni  come Bamboo che parlano della condizione infelice delle donne, ninnananne della tradizione come Sonnusonnittu, la guerra dell'acqua in Water,  credenze popolari come in Da Picculu Fan-ciullu
o Angelarè Angelarà, canzoni d'amore come Athos  Mariposa e Soffio D'Amore, visionarie come Kirieleisong e Anema e Colore urlate come Boio Cantare e poi  Sabina Mater che racconta il lavoro lontano da casa dove
ho utilizzato una vecchia registrazione delle "ciaramelle" di Amatrice suonate da Alfredo Durante detto "Raffone" aggiungendo la mia voce e suoni elettronici.

Sono più di vent'anni che giro con la mia musica in mezzo mondo e faccio concerti, ho sempre trovato un pubblico attento ed affettuoso , che balla con i  brani più ritmici
e che si emoziona alle ballate d'amore e alle ninnananne, mi ha sconvolto negli anni la conoscenza a memoria dei miei testi, persone che incontro ai miei live, sia in Italia che all'estero che da sotto il palco cantano a squarciagola
canzoni come Amans Amantis, Ebla , Controentu, che scrivono tutti i giorni mail, che filmano il concerto e interpretano a loro modo il senso del brano adattandolo alla loro vita, gruppi in giro che suonano la tua musicai in tutti gli stili, questo mi da forza a sperimentare, ricercare e scrivere nuove canzoni.

Ci sono tanti musicisti in Mater Sabina,  che ho incontrato  in giro, ai quali sono legato fraternamente con prima di tutto la voglia  di comunicare passione, c'è Hevia con sua sorella Maria che conosco da anni e con
cui collaboro  in alcuni live comuni, c'è Giuliana de Donno all'arpa con la quale condivido il progetto "A Sud del Mondo" un trio di rivisitazione di brani della tradizione, Arnaldo Vacca percussionista e altro ancora con cui da vent'anni
incrocio la strada della musica, Gabriele Russo del "Micrologus" amico fraterno non solo di viaggi sonori, Cristiano Califano chitarrista parteno-peo che ha arrangiato gli archi del disco e poi suonati dall'Isola Quartet, Paolo Modugno
anche lui compagno d'avventure, non solo musicista nel cd ma anche ingegnere del suono, Massimo Alviti anche lui alle corde, Luca Barberini al basso e Michele Frontino con me nei Novalia per tanti anni, Gabriella Aiello alla voce
e tanti altri amici ancora, ho voluto un disco che accogliesse la musica di tutti loro dentro al mio modo di comporre e che come in un quadro in-formale ognuno di noi strada facendo pennellasse a proprio piacimento personali velature.

L'esperienza quasi ventennale dei Novalia è stata la scuola di tutti gli appartenenti al gruppo, abbiamo iniziato nel 1985 poco più che ventenni e conclusa da quasi quarantenni,  con circa un migliaio di concerti alle spalle, sette dischi
di cui i primi tre in vinile, vari cambiamenti  dei musicisti del gruppo negli anni e anche un evoluzione musicale continua, i primi due dischi "Corteo" e "L'Australiano" più rock, legati ad un movimento musicale di fine anni ottanta nato a Firenze che ci portò subito a fare concerti su e giù per l'Italia e all'estero. Il terzo disco "Sabir" più sperimentale fatto con la Materiali Sonori dove io scalpitavo per mettere organetti, bouzouki e flauti strani, e questa lingua dei porti del mediterraneo che io cantavo, che scoprì leggendo un libro di "Marcel Griol" ci portò all'attenzione di riviste e giornali musicali di tutta Europa.
Poi il primo esperimento nel mio dialetto con un pezzo che suono tutt'ora "Lu Fiju Pazzu" uscì per una compilation della CGD dal nome "Dialetti Italiani" da allora la decisione di cantare in reatino e sempre di più  inse-rendo
strumenti della tradizione, erano i primi anni novanta, nuovo disco tutto in dialetto, finito ma mai uscito perchè la CGD fallì da li a poco tempo, sempre concerti in giro fino a quando nel 95 vincemmo il Festival di Re-canati con "Rama e Rosa". A Recanati incontrammo la CNI con cui fir-mammo un nuovo contratto discografico.
Griot, Canti e Briganti, Archeo e poi 10 i quattro album con questa eti-chetta, più due colonne sonore "Il Decamerone" per il teatro e "Sotto la Luna" per il cinema, dopo 10 il disco live dei Novalia ognuno di noi ha cominciato come nella storia di tutti i gruppi a lavorare ad altri progetti musicali, dove ci si sentiva più protagonisti probabilmente, anche per  campare più decentemente vista la realtà musicale italiana che certo non ha mai offerto molta sicurezza economica a chi fa questo mestiere, spe-cialmente in questo momento storico dove la cultura è nascosta e la sot-tocultura avanza.
Comunque l'esperienza Novalia mi ha sicuramente insegnato un metodo di lavoro, un mestiere che è fatto si di creatività e per quanto mi riguarda un esigenza fondamentale, ma anche di rigore, rispetto e disciplina.


Io mi sento un cantante da sempre , fin da piccolo ho straziato l'orecchio dei miei genitori, contemporaneamente soffiavo nel flauto di mio padre e bucavo canne di bamboo con un ferro rovente della nostra stufa a legna, finalmente a sei anni mi regalarono un ocarina di Budrio che suono ancora in Boio cantare, da allora non mi sono più fermato, il flauto dolce e poi un bouzouki greco che nessuno sapeva che cosa fosse " erano i primi anni settanta" così ho imparato i primi accordi su uno strumento a corde, poi venne la chitarra, gli studi mai terminati sul flauto traverso, dischi ascoltati in continuazione dove ci si suonava sopra fino alla follia, i Jethro Tull, King Krimson,    Musicanova, Inti Illimani
e poi più tardi Pentangle, Fairport, tutti i chitarristi del folk inglese, gli ir-landesi Clannad , partì con loro  una settimana in una tourne italiana, avevo 17 anni, c'era questa ragazza mia coetanea che cantava con loro, è diventata Enya.

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